Home  |  Storia  |  Eventi in corso  |  Artisti  |  Mostre online  |  Informazioni


dal 19 aprile al 24 maggio 2008
Stardust in love

Leonardo Greco

stardust in loveStardust in love

di Norma Mangione

I heard telephones,
opera house, favourite
melodies
I saw boys, toys, electric
irons and TVs
My brain hurt like a
warehouse, it had no
room to spare
I had to cram so
many things to store
everything in there
And all the fat-skinny
people, and all the tallshort
people,
And all the nobody
people, and all the
somebody people
I never thought I’d need
so many people.1
(dalla canzone Five years,
David Bowie)


Nei quadri di Leonardo Greco possono comparire liberamente campi, strade di campagna o desolate architetture urbane, giovani che si baciano o che sorridono, parchi giochi abbandonati, oggetti banali, immagini inventate o tratte dalla realtà, da riviste, da videoclip o da film.

Non predilige soggetti particolari, anzi per lui l’eterogeneità degli spunti è un punto di partenza basilare. È restrittivo definirlo esclusivamente un pittore: lui stesso insiste sul “considerarsi poeta almeno quanto pittore”2. Ecco, la scrittura può essere considerata il fil rouge che unisce i suoi primi lavori del 2002 a quelli di oggi: ogni quadro è accompagnato da frasi, versi scritti in corsivo, personalissimi ricami calligrafici che evocano senza descrivere, criptici enigmi da svelare incomprensibili a chiunque non ne sia l’autore.

Anche i titoli delle opere non sono direttamente collegabili ai soggetti, perché i soggetti non sono poi così importanti. Il vero soggetto è Leonardo stesso, il suo sguardo e la sua memoria, che filtrano il proprio mondo visivo, fissando dei frame in una narrazione acronologica dove realtà e finzione non solo sono sullo stesso piano, ma diventano inconfondibili, proprio come nella dimensione onirica, dove non ha importanza se una cosa è successa veramente, l’abbiamo inventata o l’abbiamo solo vista in un film. La pittura di Leonardo è musicale e elettrica, ma anche romantica e malinconica. Possiamo rintracciarvi diversi maestri, dagli espressionisti ai simbolisti, fino agli artisti della bad painting inglese. Ci possiamo intravedere anche l’insegnamento di Morandi, come lui emiliano e legato alla propria terra d’origine, che “stando fermo”, attraverso soggetti banali, ha compiuto un viaggio all’interno della pittura. Leonardo vive in un paese nella provincia modenese: ha uno di Norma Mangione Stardust in love studio-casa circondato da campi coltivati, campagna e capannoni industriali che confinano con le autostrade, una realtà che ritorna nei suoi paesaggi. Con un’esplicita allusione a Schifano, spesso i suoi quadri sono schermate, dove lo schermo diventa “luogo di proiezioni inconsce, emozionali o memoriali”3.

Nei lavori recenti l’artista ha usato spesso videoclip musicali come fonte, a volte lasciando anche intravedere la M simbolo di Mtv: la musica, da quella classica a quella elettronica, è una sua grande passione e lui stesso mi ha detto di sentirsi come un dj che “ruba” e mixa immagini disparate creando una propria sinfonia. Il titolo di quest’ultimo ciclo di opere, Stardust in love, rimanda a un programma radiofonico che lui ascolta di notte e che trasmette musica jazz, elettronica, funk e ambient. Ma soprattutto rimanda al mitico The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, sorta di concept album del 1972 di David Bowie, che racconta di un mondo sull’orlo dell’apocalisse in cui l’ultimo eroe è Ziggy (alter-ego di Bowie, che nel 1973 ha dovuto farlo fuori, annunciando il suo ultimo concerto), divenuto rockstar grazie a un aiuto extraterrestre. L’album e la figura di Ziggy, simboli di una fantascienza glam-rock, punk e romantica, hanno molto in comune con la poetica di Leonardo, in particolare negli ultimi lavori, che pur rappresentando un continuum rispetto a quelli precedenti, presentano molte novità.

I colori, grazie anche all’inedito (per lui) uso di smalti e vernici metallizzate, sono vividi e lividi, vivaci e forti. Anche i soggetti sono esplosivi, surreali, in un certo senso allegri, ma anche inquietanti. La dimensione ludica è suggerita da simboli di festa e di infanzia che compaiono più volte, come maschere – semplici o dalle grottesche forme animali – coriandoli o palloncini, che scandiscono come note un ritmo festoso e carnevalesco. In questa ottica i paesaggi, case o strade anonime dalle tinte lisergiche e dal sapore tecnologico – con tagli prospettici che richiamano “quelle immagini che si ottengono con telecamere artigianali, magari col telefonino, passando in macchina accanto ai luoghi”4– evocano una sensazione di epilogo, di fine della festa, quando si torna a casa, stanchi e un po’ ubriachi.

I quadri in mostra dialogano con il terzo video di Leonardo, Mattina di settembre. I suoi video condensano le sue tecniche e i suoi interessi, essendo composti da disegno, scrittura e musica: sono un susseguirsi di vari fermo-immagine realizzati su una lavagna magnetica (di nuovo un oggetto che ricorda l’infanzia) dove versi di poesie scritte da lui si alternano a disegni, che vengono filmati e poi subito irrevocabilmente cancellati, per far spazio al successivo.

Il bianco e nero implicito nella tecnica dona al video un’atmosfera più retrò e intima rispetto ai dipinti. Mattina di settembre è una di quelle piccole storie che nella loro semplicità riescono a commuovere. Un ragazzo, alter-ego dell’artista, è dentro la sua stanza, una stanza qualunque, si alza dal letto un mattino qualunque e guarda fuori dalla finestra: il suo sguardo è attirato da un merlo che canticchia tra i rami di un albero. Guardare fuori dalla propria finestra, oltre la siepe leopardiana, avere uno sguardo attento alle piccole cose che ci circondano, ecco cosa differenzia un artista o un poeta dagli altri, che vivono troppo di fretta per stupirsi.

Avere il cuore legato al proprio nido, conservare lo sguardo del bambino che è in noi, come ha stigmatizzato un altro emiliano, Giovanni Pascoli, nello scritto Il fanciullino5, dove delinea la propria poetica: (…) Ma quindi noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena meraviglia (…) I segni della sua presenza e gli atti della sua vita sono semplici e umili. Egli è quello che ha paura del buio, perché al buio vede o crede di vedere; quello che alla luce sogna o sembra sognare, ricordando cose non vedute mai; quello che parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle: che popola l’ombra di fantasmi e il cielo di dei. Egli è quello che piange e ride senza perché, di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione. (…) E a ciò lo spinge meglio stupore che ignoranza, e curiosità meglio che loquacità: impicciolisce per poter vedere, ingrandisce per poter ammirare.

 

1 La canzone fa parte dell’album The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars. “Sentii telefoni, opere, le mie canzoni preferite / Vidi ragazzi, giocattoli, ferri da stiro e TV / Il mio cervello doleva come un magazzino / non aveva abbastanza spazio / Dovevo stipare così tante cose / immagazzinarle tutte lì dentro / E tutta la gente magra e grassa, e tutta la gente alta e bassa / Tutti i nessuno, tutti i qualcuno / Non avrei mai pensato di aver bisogno di così tanta gente” (traduzione dal sito www.velvetgoldmine.it)

2 Luca Beatrice, Conseguenze dell’amore, Spirale Arte Contemporanea, 2006

3Chiara Canali, Luci della notte. Magia della pittura, Galleria Arte & Altro, 2007

4 Stefano Castelli, Recollecting Technology, Galleria Bianca Maria Rizzi, 2007

5 Giovanni Pascoli, Il fanciullino, scritto apparso la prima volta sulla rivista “Il Marzocco”, 1897.

 

Home  |  Storia   |  Eventi in corso  |  Artisti  |  Mostre online  |  Informazioni

Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons License.