Un attimo prima
Marco Senaldi
La Linea
Tra tanti segni, disegni e opere, sparse nello studio di Alex Pinna, si intravede una Linea, il personaggio di Carosello inventato da quel genio della grafica, scomparso pochi giorni fa, che era Osvaldo Cavandoli. La celebre protagonista di tante avventure pubblicitarie però è, in questo caso, immortalata in ceramica, il che la rende anomala, più concreta ma anche diversa dalla sua immagine televisiva – un disegno animato divenuto scultura.
In un certo senso, questa presenza nel thesaurus iconografico di Pinna non è casuale. La Linea, un’idea grafica bidimensionale trasportata nella terza dimensione, sembra sollevare un interrogativo intorno a cui ruota il suo lavoro artistico: come può esserci un rapporto tra il disegno d’animazione e la scultura?
Chi ha visto Ballet mécanique, il famoso cortometraggio cubista di Ferdinand Léger del 1924, sa che il merito del film consiste nella sua straordinaria modernità che ne fa quasi un videoclip ante litteram. C’è però un aspetto meno evidente che è facile dimenticare, e cioè il piccolo saggio di animazione (un Charlot disegnato in stile cubista che accenna mosse di ballo) che Léger introduce all’inizio del film. Che cosa ci fa un cartone animato dentro l’opera cinematografica d’avanguardia di un grande pittore cubista? La situazione è abbastanza imbarazzante, ma diventa più chiara se si considera che Léger stesso, commentando la fine dell’epoca eroica di Ballet mécanique, afferma che quella fase sperimentale
continua con il Disegno Animato, che ci consente di esercitare senza limiti la nostra fantasia e il nostro humour (1927)
Queste parole significano che, già all’epoca delle avanguardie storiche, il futuro della pittura e della scultura stanno nel cinema, e in particolare in quello d’animazione – una profezia che solo la collaborazione fra Salvador Dalì e Walt Disney avrebbe potuto portare a compimento, se non fosse stata purtroppo interrotta (il cortometraggio Destino, frutto del loro incontro nel 1946, è stato realizzato postumo solo nel 2003).
Animazione
A quasi un secolo di distanza però, il senso della profezia di Léger andrebbe forse rovesciato.
Forse, la domanda che il lavoro di Alex Pinna solleva è di un altro genere: e se il futuro del cinema d’animazione fosse nel suo passato? E se il futuro del cartone animato fosse la scultura? Per sorprendente che possa sembrare, ecco un modo per interrogarsi sulla strana commistione di generi presente in queste opere.
E’ vero che sculture di Pinna si richiamano a divi del cartone animato, dal disneyano Mickey Mouse a Beep Beep, lo struzzo corridore di Hanna e Barbera, ma è altresì vero che trasformano quelle evanescenti presenze bidimensionali in corpi tridimensionali in “carne e ossa” – ossia in bronzo, marmo, ceramica, corda, pvc… Più che una commistione culturale tra reparti dell’alta e della bassa cultura, troviamo qui uno straordinario rovesciamento iconografico tra movimento e immobilità.
Al di là dei rimandi formali, infatti, le opere di Pinna riprendono dal cinema d’animazione qualcosa di più profondo, come ad esempio la ripetitività delle gag, il pervicace ritornare dell’eroe regolarmente sconfitto, la sequenzialità degli episodi.
Così, ogni singola opera tende a non essere isolabile dalla serie di quelle che la precedono e a cui essa fa seguito: il pinocchietto orbo, il bimbino con le gambe lunghe lunghe, lo smilzo giacomettiano perseguitato dalla sua ombra, ritornano ossessivamente ad ogni nuovo appuntamento (magari in gruppo come i Gomitolini, 2006). L’omino di corda in particolare mi pare incarni bene la versione pinniana della Linea di Cavandoli; anche lui nasce e muore dalla linea di corda che lo costituisce, anche lui è costretto a combattere battaglie memorabili contro il proprio paradosso. Una volta si chiama Alias e tira le fila di una parete che è fatta della sua stessa sostanza; un’altra volta fa il funambolo senza sapere che la fune è lui stesso; in questa mostra invece (Heroes, 2007) si mette a pensare in cima a uno ziggurat di corda che ha costruito e di cui è il prodotto, e che ormai è il suo problema (come ha fatto a salire e come farà a scendere?).
In queste nuove opere, scultura, tempo e movimento procedono dandosi la mano, e i medesimi personaggi ritornano per l’ennesima volta, impegnati in avventure sempre nuove e sempre fallimentari. Pinna ha la capacità di immaginare una serie di sketch visivi (l’omino di corda che sale una scaletta circolare e si ritrova al punto di partenza… Heroes, 2006) e di tradurli in installazioni di istantanea presa narrativa. Si potrebbe parlare di “scultura sketch” dando a sketch tutto il suo valore semantico di gag comica cinematografica, ma anche di disegno, abbozzo, schizzo visivo.
Sono sculture che perdono in solennità, ma che guadagnano in immediatezza; profondamente instabili (troppo sottili, troppo delicate, sul punto di cadere – come il bronzo appoggiato a parete Heroes, 2007) restano indelebilmente impresse nel cuore.
Un attimo prima
Non a caso Pinna ha sviluppato, in collaborazione con Paolo Fresu, durante il festival Time in Jazz (Berchidda 2004 e edizioni seguenti) la tecnica del disegno in tempo reale, grazie alla quale è in grado di realizzare centinaia di schizzi proiettati come cangiante scenografia di improvvisazioni musicali. E’ un altro modo per dire che l’idea dell’animazione si è sposata con la cultura classica del “disegno” per dare vita a un nuovo genere di “improvvisazione visiva”. Animato e mobile, il disegno non si oppone più come progetto bidimensionale all’oggetto scultoreo tridimensionale immobile, ma anzi lo frequenta, lo corteggia, lo circuisce, si innesta su di esso a sua insaputa – come nel caso delle ombre Hombre, o, in quest’occasione, la delicata ombra portata di Equilibrio (2004).
Il segreto di cui tanto questi disegni “in movimento” che le sculture-sketch vorrebbero evidentemente impadronirsi, è quello del cinema d’animazione. Ma questo segreto consiste meno nel restituire il movimento a qualcosa di statico (disegno, schizzo, modellino), che nel genere di temporalità che questo movimento implica. Il tempo del cartone animato è un tempo sospeso, che ritorna sempre come se fosse la prima volta – che oppone al “c’era una volta” della favola narrata, un “c’era n volte” della gag visiva.
Nell’arte di Pinna questo tempo ripetitivo e insieme sbilanciato genera un’intera atmosfera estetica, una vera e propria filosofia esistenziale.
Pinna ammette di essere affascinato non tanto dal divenire come tale, quanto dal momento di sospensione, quello in cui il tuffatore dondola sul trampolino un attimo prima di buttarsi, o quando il direttore d’orchestra solleva la bacchetta un attimo prima dell’inizio del concerto. L’ “attimo prima” è il tratto strutturale del più tipico dei cartoni animati – quando il coyote continua la sua corsa nel vuoto e non si avvede di non avere più il terreno sotto i piedi, o quando il gatto insegue il canarino e lo agguanta, ma non si accorge di essere finito nel frattempo tra le fauci del mastino. Questo “attimo prima” è anche il tempo preciso in cui si vanno a collocare le opere di Pinna, e che ne evidenzia il significato profondo: una riflessione sull’eterno squilibrio tra immobilità e movimento, tra alto e basso, classico e pop – ma anche tra successo e insuccesso, tra riuscita e fallimento, tra salvezza e apocalisse…
E’ lo sbilanciamento fatale, il passo troppo lungo da cui non si può più tornare indietro – ma che domani, come nel più classico dei cartoon, saremo pronti a rifare.
sito personale dell'artista: www.alexpinna.org
Ivan Quaroni |