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dal 15 settembre al 14 ottobre 2006
 

Crisis
la caduta del supereroe

 

crisisÈ il 1938 quando Jerry Siegel e Joe Shuster inventano Superman, il primo supereroe in calzamaglia dell’età moderna, un alieno venuto dal pianeta Krypton per salvare l’umanità da terribili minacce. Circa un anno dopo, Bob Kane crea Batman, un semplice uomo (sebbene dotato di immense ricchezze finanziarie) che si traveste da pipistrello per combattere il crimine nella lugubre e decadente Gotham City. Batman e Superman sono i due archetipi dai quali discenderanno centinaia di nuovi supereroi.

Figli degli eroi dei romanzi d’appendice del XIX secolo, ma anche delle divinità della mitologia greco-romana e germanica (Wonder Woman e Thor, tanto per fare un esempio), i supereroi in calzamaglia hanno seguito passo passo le paure e gli umori della società che li ha creati, a cominciare dai drammi della seconda guerra mondiale, passando per le tensioni della guerra fredda, fino al crollo delle twin tower. Durante questi sconvolgimenti epocali, la loro personalità si è evoluta, raggiungendo livelli di maggiore complessità psicologica. Nel corso del tempo, con la complicità di scrittori del calibro di Stan Lee, Jack Kirby e Steve Dikto, sono infatti nati i cosiddetti supereroi con superproblemi, che hanno spazzato via la semplicità manichea della golden age, l’età aurea del fumetto americano, per fare posto a nuovi character alle prese con problemi reali: i Fantastici Quattro, l’Uomo Ragno, Hulk, Devil e Iron Man.

Nel giro di tre decenni dalla nascita, la popolarità dei supereroi crebbe a tal punto, che perfino l’arte contemporanea dovette accorgersene. Oltre mezzo secolo fa, i primi artisti pop americani iniziarono a riflettere sull’opportunità d’integrare le icone della società di massa nell’immaginario artistico, seguendo una logica di contaminazione tra cultura alta e popolare. Negli anni Sessanta, mentre Roy Lichtenstein utilizza le strip dei comics per inseguire una sua particolare idea di sintesi del linguaggio pittorico, anche “Andy Warhol – racconta Tilman Osterwold – comincia a dipingere servendosi di motivi grafici tratti dalla pubblicità e dai fumetti”. Oltre a Dick Tracy e Popeye, Warhol dipinge Supeman e Batman mentre nel 1964 gira addirittura un film intitolato Batman Dracula. Wonder Woman e Flash, invece, appaiono tra i soggetti dipinti da Mel Ramos, artista californiano divenuto celebre per le sue sexy pinup.

Tuttavia, il primo ad utilizzare l’iconografia dei supereroi non solo come veicolo di trasmissione dell’immaginario popolare è Ronnie Cutrone. Diversamente da Andy Warhol, di cui fu assistente dal 1972 al 1982, o da Mel Ramos, l’artista italo-americano attribuisce un ruolo specifico ai supereroi nel contesto dei personaggi dei fumetti.

Cutrone ha portato gli eroi dei cartoon, con tutto ciò che rappresentano, a confrontarsi con le vicende della vita reale. Li ha usati come le lettere di un alfabeto, come i lemmi di un vocabolario più globalizzato dell’Esperanto. E ne ha fatto delle evidenti metafore degli stati d’animo individuali e collettivi. Insieme ad altre figure antiche e moderne, dai santi agli apostoli cristiani, dalle pop star ai divi di Hollywood, i personaggi dei fumetti sono diventati, grazie a Cutrone, eroi in cui ognuno poteva riconoscersi. Soprattutto nei lavori eseguiti tra il 1999 e il 2001 e poi in quelli successivi al disastro delle Torri Gemelle compaiono nella sua opera figure minacciose di supereroi, come Green Lantern, Daredevil, Superman, l’Uomo Ragno e Capitan America, o di giustizieri mascherati, come Phantom e Lone Ranger. Tutti incarnano i sentimenti di rabbia e di paura dell’Occidente nei confronti della minaccia terroristica, ma anche le pulsioni violente di una società che, per la prima volta vede vacillare la sua leadership sotto i colpi di un nemico imprevedibile.

In Italia, un discorso a parte merita la ricerca di Adrian Tranquilli, che considera i supereroi come il sintomo della debolezza dei modelli culturali occidentali. Dal punto di vista antropologico, l’artista pone sullo stesso piano la religione e il mondo dei comics, come espressioni del bisogno collettivo di costruire mondi paralleli e “realtà altre”.

Non a caso, nel ciclo Theese Imaginary Boys, che raccoglie una serie di sculture, un video realizzato a New York con la regia di Chiara Clemente ed alcune fotografie, i supereroi vengono rappresentati come marionette. Realizzate in scala reale, sul modello iconografico dei fumetti anni ’60, le super marionette di Tranquilli sono il simbolo della sconfitta degli eroi nell’immaginario collettivo. Invecchiati, stremati dalla fame, incalzati dal freddo e dalle intemperie, quelli che un tempo erano considerati Dei sono divenuti, nelle opere di Tranquilli, degli beautiful losers, degli inutili relitti relegati ai margini della società. “Se l’eroe è la proiezione del bisogno collettivo del salvatore – si domanda giustamente l’artista – allora chi stà dall’altra parte dei fili? Noi o il modello culturale che esiste al di sopra dell’individuo?”. Abbandonati a se stessi, negli angoli dimenticati di una New York da bassifondi, ridotti a chiedere l’elemosina e a dormire in letti di cartone, gli eroi di Tranquilli sembrano aver accolto la lezione di autori come Alan Moore e Frank Miller, che negli anni Ottanta sconvolsero l’universo supereroistico nelle dissacranti tavole di The Dark Knight return e Watchman.

Fumetti e cartoon fanno parte del background culturale che ha segnato in special modo gli artisti nati negli anni Settanta, affetti da quella che sociologi, studiosi e giornalisti hanno definito Sindrome di Peter Pan. Una volontà strenua di conservare le radici del comportamento e della cultura adolescenziale, che ha generato una schiera di Kiddult, come li chiama nel suo romanzo omonimo la scrittrice americana Lee Nichols - inventando un neologismo composto dalle parole Kid + Adult - ovvero una legione di “adultescenti”, latori di un infantilismo a matrice tecno-ludica, non molto diverso da quello degli Otaku giapponesi. E certo un recupero dell’immaginario fumettistico sembra percorrere di questi tempi anche l’industria globale dell’entertainment. Prova ne sono gli innumerevoli adattamenti cinematografici sfornati a ritmo ossessivo da Hollywood. Negli ultimi anni sono arrivati nelle sale titoli come Spiderman e Spiderman 2, Il Punitore, Daredevil, Elektra, Catwoman, Batman Begins, X-Man e X-Man 2, Hulk, I Fantastici Quattro e la trilogia del vampiro diurno Blade. Dal fumetto sono stati tratti anche i film Spawn, Hellboy, Constantine, Blueberry, Gli Immortali, La Leggenda degli uomini straordinari e naturalmente il super-colossal Sin City. E sempre all’immaginario supereroistico s’ispirano il cult movie Unbreakable di M. Night Shyamalan e il film d’animazione della Pixar Gli Incredibili. Alla TV, poi, uno dei serial di maggior successo delle ultime stagioni è stato Smalville, dedicato alle avventure del giovane Clark Kent. Se, infine, si scorre la lista dei videogame recentemente prodotti per PC, X-box e Playstation si scopre che la lista dei supergame è altrettanto lunga.

Insomma, la società attuale sembra in preda a una vera e propria supermania, risposta occidentale a quella Japanese Manga Invasion, che tramite l’estetica superflat di Takashi Murakami è riuscita a fare breccia nell’arte contemporanea sotto forma di una rinnovata recrudescenza dello stile Pop.

Oggi, una nuova generazione di artisti italiani, figlia di una società infantilizzata, si misura con il mito del supereroe attraverso rivisitazioni ironiche, recuperi nostalgici o addirittura letture socio-mitologiche della società contemporanea. Gabriele Arruzzo, Vanni Cuoghi, Marco Fantini, Andrea Mastrovito, Ozmo, Michael Rotondi e Giuseppe Veneziano sono artisti di età e provenienza diversa, accomunati però dalla messa in atto di una pittura che adotta modi o figure dell’immaginario fumettistico. Tuttavia, ciascuno declina questo patrimonio iconografico in maniera personale e con modalità operative e stilistiche differenziate. Tutti, però, sembrano mettere in atto una strategia di fuga nei confronti del mondo che si esprime attraverso stilemi sostanzialmente anti-realistici. I topos supereroistici, peraltro già messi in crisi nel contesto fumettistico fin dagli anni Ottanta, diventano, nelle loro opere, figure sintomatiche di una società in caduta libera.

Fin dalla loro nascita, i supereroi hanno incarnato la soluzione fantastica a problemi di ordine reale: la criminalità nelle città, la corruzione, la difesa degli ideali civili dell’Occidente. Su di loro, prima i giovani lettori, poi anche quelli adulti, hanno proiettato il bisogno di protezione e sicurezza che la società, con tutte le sue falle, non poteva garantire. Come i santi o gli eroi delle antiche mitologie essi incarnavano il tipo del superuomo entro i confini di un’etica comunemente accettata. I supereroi non erano al di là della morale, come l’Übermensch Nietzschiano, ma l’ideale del perfetto uomo etico, potremmo dire kantiano. La loro stessa invenzione nell’ambito della creazione fantastica denunciava il sostanziale senso di inadeguatezza dell’uomo comune, incapace di diventare il superuomo che il filosofo tedesco, ma anche le tradizioni mistiche d’Oriente e Occidente, avrebbero voluto veder nascere. Nel corso degli ultimi trent’anni non solo la società, ma anche i fumetti, hanno registrato la debacle dell’ideale superomistico. Persino nella mitologia dei comics, infatti, l’uomo perfetto mostra le sue debolezze, come dimostrano il Daredevil e il Batman di Frank Miller o i decadenti eroi inventati da Alan Moore.

Aderenti a questa mitologia del declino, a questo nuovo tramonto degli Dei sono i lavori realizzati da Vanni Cuoghi, Michael Rotondi e Giuseppe Veneziano, che illustrano con spiazzante ironia la quotidianità dei Supereroi. Con il suo stile illustrativo, risultato di una perfetta combinazione tra il linguaggio dell’arte barocca e quello dei fumetti, Vanni Cuoghi si diverte a immaginare i momenti più intimi della loro vita. Così, mentre i forzuti Hulk e Wonder Woman sono colti nell’imbarazzante momento della deiezione, il velocissimo Flash è sorpreso a glorificare la propria vanità mentre si appropria del logo del più famoso magazine d’arte contemporanea. Ma l’esilarante ironia di Vanni Cuoghi non è scevra di venature nostalgiche. È il caso di Golden Age (2006), un acrilico su forex in cui l’artista genovese mostra il definitivo tramonto dei supereroi. Gettati in un cassonetto della spazzatura, con gli arti disarticolati simili a quelli delle vecchie bambole, gli eroi giocattolo di Cuoghi simbolizzano la traumatica fine dell’infanzia.

A figure meno note dell’universo Marvel e DC sono dedicati i lavori di Micheal Rotondi, che con il suo segno grafico, in bilico tra stile manga e fumetto underground, ipotizza un loro possibile collocamento nell’attuale mercato del lavoro. E allora, ecco il maestro delle arti mistiche Doctor Strange mentre massaggia un paziente nel suo nuovo studio medico. Proprio lui, abituato ai viaggi astrali e a lisergiche quanto esoteriche tenzoni, è ora ridotto a guadagnarsi il pane come tutti gli esseri mortali. Lo stesso destino, ma con un lavoro forse un po’ meno onesto, tocca allo schizofrenico e folle Lobo, uno dei più immorali charachter dei comics americani. Per rappresentarlo nelle nuove vesti di prostituta trans, Rotondi calca la mano sul suo aspetto aggressivo, ispirato al look di rockstar come Alice Cooper e Kiss. E sempre legato all’immaginario rock è pure il suo Silver Surfer, ritratto alla maniera del mitico Joe Satriani, il chitarrista hard che proprio all’araldo argentato dedicò la copertina dell’album Surfin’ with the alien, giudicato uno dei migliori dischi chitarristici del XX secolo.

Piene di riferimenti all’arte contemporanea, sono le opere di Giuseppe Veneziano, che con una pittura piatta e sfacciatamente pop, mette a confronto personaggi veri e di fantasia, generando una dimensione intermedia, pericolosamente in bilico tra realtà e finzione. Emblematico è l’accoppiamento tra Spiderman e Cicciolina dove, saccheggiando ancora una volta Jeff Koons, l’artista siciliano mescola abilmente cronaca e fiction. Una evidente citazione delle atmosfere nostalgiche e silenziose di Edward Hopper è invece contenuta nell’opera La solitudine del supereroe (2006), in cui Veneziano ci mostra uno Spiderman depresso, seduto al bancone di un tipico bar americano degli anni Trenta.

Slegate da un contesto di mera rivisitazione Pop del vocabolario fumettistico, sono le pur diversissime ricerche di Ozmo e Marco Fantini, che sembrano dedicare maggiore attenzione al valore segnico e semantico della simbologia supereroistica.

L’ex writer Gionata Gesi, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Ozmo, ha elaborato un linguaggio estremamente vario, che mescola lo stile grafico della street art con citazioni pittoriche dei grandi maestri dell’arte, alternando disegno e pittura secondo i temi trattati. Ciò che accomuna i suoi lavori è il modus operandi. Ozmo rintraccia le sue iconografie sul web, scegliendo tra tutte le immagini reperite a partire da una parola-chiave inserita in un motore di ricerca. I risultati sono spesso sorprendenti, perché ogni parola possiede numerosi significati, cui corrispondono immagini diverse. La sua è quindi una riflessione sullo slittamento semantico delle parole, ma soprattutto dei codici della pittura. In questo stesso modo, Ozmo ha realizzato P.zza S. Pietro, Roma (2006), un disegno a pennarello su PVC che illustra un gruppo di Papa Boys recante uno striscione con la scritta “Super Gesù” con il logo di Superman.

Marco Fantini ci ha abituati alla reiterazione di pittogrammi ricorrenti, di figure emblematiche come il teschio e Mickey Mouse, svuotate di ogni significato letterale e utilizzate come pretesto visivo per affermare l’assoluta autonomia della pittura. Nel dittico L’essere e il nulla, l’artista si cimenta con l’ingombrante topos di Superman. L’eroe Kryptoniano, prototipo del superuomo a stelle e strisce e incarnazione del sogno americano, viene ironicamente messo a confronto con l’eredità filosofica del Vecchio Continente. I termini dell’antitesi sartriana sono risolti in due tele opposte per densità pittorica e cromia. Se l’essere è una tipica tela fantiniana, giocata sulla giustapposizione tra immagini nitide e immagini indefinite, in cui l’artista mette a confronto la perfetta leggibilità dell’iconografia del supereroe con figure dalla forma aleatoria, proiezioni dell’immaginario inconscio, il nulla è il suo esatto contrario. Qui la figura di Superman è immersa in uno spazio bianco, in una realtà priva di conflitti che annienta la funzione stessa del supereroe.

Dedicati all’uomo d’acciaio, il più amato e il più odiato dei supereroi, sono anche i lavori di Gabriele Arruzzo e Andrea Mastrovito, che interpretano gli stilemi fantastici del fumetto in modi sostanzialmente opposti.

Gabriele Arruzzo recupera l’iconografia del Superman della Golden Age, quello degli esordi, e lo inserisce in un contesto arcadico, memore di un’altra Età dell’oro, quella della mitologia classica. La sua interpretazione mescola la favola di Apollo e Dafne con il presunto, ma mai confermato amore, tra Superman e Wonder Woman, confondendo, come nella tradizione Pop, elementi di cultura “alta” e popolare. Come nelle Metamorfosi ovidiane, in Senza Titolo (Super Apollo e Wonder Dafne), l’uomo d’acciaio insegue la principessa Diana, mentre questa si trasforma in albero. In questa scena, in cui compare anche un terzo comprimario (Krypto, il cane di Superman), Arruzzo sovrappone la nuova mitologia dei comics alla mitologia classica, suggerendo forse l’idea di una continuità culturale tra il mondo contemporaneo e quello antico.

In Senza Titolo (Ecce Homo), invece, la visione del supereroe come divinità viene completamente ribaltata. “Ecce Homo” ( Ecco l'Uomo) è la frase che Ponzio Pilato rivolse ai Giudei quando mostrò loro il Cristo flagellato. Come il governatore romano, Arruzzo ci mostra le interiora di Superman, dunque la sua umanità. Non Apollo, ma semplicemente Clark Kent.

Più prosaico e quotidiano è il punto di vista di Andrea Mastrovito, per il quale Superman non è altro che un’antipatica metafora di luoghi comuni. Bello e invincibile, l’eroe inventato da Jerry Siegel e Joe Shuster, è il simbolo della fastidiosa dabbenaggine puritana. Il “boy scout”, come lo definisce sarcasticamente Batman, nelle tele di Mastrovito diventa oggetto di feroce scherno. E così, in Se non sarete come bambini non entrerete nel Regno dei Cieli (2006), l’artista mostra un bambino che punta una pistola giocattolo verso un cielo solcato da Superman. Nell’installazione retroilluminata intolata Giuda Ballerino, speriamo non mi abbia visto nessuno (2006), Mastrovito fonde l’universo di Dylan Dog con quello di Superman. Il personaggio creato da Tiziano Sclavi, uno dei preferiti dell’artista bergamasco, incarna infatti il tipo dell’anti-superman, pieno di debolezze e contraddizioni, come ogni vero eroe contemporaneo.

Ivan Quaroni


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