|
Personal Jesus
Gabriele Arruzzo

Facendo il bene, nutri la pianta divina dell'umanità; formando il bello, spargi i semi del divino.
Friedrich Schiller
I lavori di Gabriele Arruzzo possiedono un mistero: sono inquietanti e piacevoli al tempo stesso. Hanno colori vivaci, contengono immagini familiari che si riferiscono a un immaginario legato all’infanzia. Eppure, sotto un aspetto apparentemente decorativo, nascondono contenuti ambigui e continui rimandi alla storia dell’arte e dell’illustrazione.
Personal Jesus è una mostra dedicata al sacro. Il titolo, più che un omaggio ai Depeche Mode, è un gioco di parole dell’artista tra il nome della galleria e la parola “personale” riferita alla mostra.
Arte e religione hanno un legame indissolubile, perché, per esistere, ognuna necessita dell’altra. La religione, per esprimersi e diffondersi ha bisogno delle sue manifestazioni artistiche. La chiesa, d’altro canto, è stata la più grande committente degli artisti almeno fino al XVIII secolo, costringendo il loro stile personale dentro precise griglie iconografiche.
Arruzzo è cresciuto in una famiglia molto osservante: ha letto il Vangelo, ha fatto il chierichetto e fino ai sedici anni andava regolarmente in chiesa. Il suo primo approccio con l’arte è stato con gli affreschi, i dipinti e le sculture nelle chiese visitate da bambino nei pellegrinaggi a cui ha partecipato. Da allora gli stimoli e le ispirazioni sono stati di tutt’altra natura, ma ancora oggi ogni sua opera ha una qualche implicazione religiosa. Il suo lavoro è un’allegoria dell’eterna lotta tra il bene e il male, cosparsa di simboli legati alla Cristianità.
La sua pittura si confronta con le immagini di un passato più o meno prossimo, di cui è un grande collezionista: manifesti militari, sussidiari, incisioni, stemmi, copertine di dischi, fumetti, cartoline antiche o libri illustrati, che usa come punto di partenza per il lavoro. Chissà se nella sua formazione artistica ha contribuito l’aver studiato alla scuola d’arte di Urbino, città con un’importante tradizione nella legatoria del libro e un’antichissima biblioteca di libri illustrati, fondata dal Duca di Montefeltro?
L’ispirazione per un quadro può nascere da un capolavoro come da una vecchia scatola di biscotti. Anzi, le fonti che l’autore preferisce sono quelle meno conosciute.
Quanto è vana la pittura, ammirata perché riproduce l'immagine di cose i cui originali non sono ammirati.
Blaise Pascal
I lavori di questa mostra, tutti quadrati come icone, sono suddivisibili in nove temi religiosi della pittura classica: Crocifissione, Angeli, Stigmate, Incoronazione di spine, Incredulità di San Tommaso, Sacro Cuore, Agnello mistico, Cacciata dall’Eden e Riposo dopo la creazione.
Arruzzo lascia le sue tele sempre senza titolo, ma mette un titolo tra parentesi per poterli distinguere, che noi useremo.
La Crocifissione
Se Gesù Cristo venisse fra noi oggi, gli uomini non lo crocifiggerebbero. Lo inviterebbero a cena, ascolterebbero quello che avesse da dire, e riderebbero di lui.
Thomas Carlyle
La crocifissione ha avuto una tale importanza nella storia della religione, da divenirne il simbolo per antonomasia, pur essendo in origine una pena capitale. Rappresentata già in incisioni nelle catacombe, ha ispirato gli artisti per secoli. Dürer è stato uno dei primi ad autoritrarsi come Cristo. Tra i moderni, si sono cimentati con il tema Gauguin, Picasso, Chagall, Dalì e Beuys. Ma più di tutti un ruolo importante ha avuto Bacon, il cui catalogo, visto per caso su un autobus, è stato uno dei fattori cruciali che avrebbero portato il giovane pesarese a voler diventare un pittore.
Nelle due crocifissioni dipinte per la mostra, il corpo dell’uomo sulla croce, che istintivamente identifichiamo con Gesù, si vede solo in parte: in una è visto da dietro e il volto è nascosto dai capelli, nell’altra si vedono solo le gambe dalla coscia in giù. Queste sono due evidenti violazioni alla norma: il crocifisso come fulcro della composizione e il viso bene in vista. In Pilgrim invece il punto centrale sono i piedi di Cristo, la parte del corpo più lontana dalla testa, la più umile: un vero tabù che per primo Mantegna aveva affrontato nel suo Compianto sul Cristo morto. Sotto la croce, un teschio e una tibia sono invece conformi alla norma, che prevede alla sua base teschio e tibie di Adamo, simboli della morte che si contrappone alla vita, a significare il riscatto del genere umano. Oltre al teschio sotto la croce tradizionalmente compaiono Maria, la Maddalena, Giovanni e, a volte, i soldati che si giocano a dadi la veste di Gesù. Di tutto ciò è rimasto solo il dado: altro elemento tipico del linguaggio arruzziano, gioco antichissimo e allegoria della sorte che è designato in inglese con l’inquietante parola die (die=dado, to die=morire). Sopra, il coniglio bianco, simbolo di fertilità e, dopo Lewis Carrol, del tempo che corre e ci fa essere sempre in ritardo. Solo una bambina contempla Cristo morto, nascondendo dietro di sé una candela, altro elemento ricorrente. La candela allude al rapporto tra spirito e materia. Simbolo di luce, dell’anima ma, nelle mani sbagliate, strumento di tortura. Nelle fiabe la personificazione della morte spesso è anticipata da candele accese, ognuna delle quali rappresenta una vita umana.
L’altro quadro in mostra con una crocifissione s’intitola Do you believe in life after love?, da una canzone di Cher. Qui Cristo non è accudito da nessuno, è solo in un paesaggio scarno fatto di prato verde e cielo azzurro, dalle tenui tinte pastello. Il corpo si contrae in un crampo di dolore; dalla ferita il sangue, di un rosso violento che contrasta con gli altri colori, esce trasformandosi in farfalle che volano via. Nuova vita che nasce dal sacrificio della morte. La farfalla è simbolo dell’anima umana. Per la sua bellezza, leggerezza e fragilità può essere associata all’inconsistenza delle felicità passeggere. Quest’opera, che fonde l’elemento più splatter con quello più poetico, è una Crocifissione e, allo stesso tempo, una Resurrezione. Arruzzo, spiegando questo lavoro, cita una dichiarazione di Bacon del 1962 riguardo alla crocifissione di Cimabue:
In quella grande Crocifissione ci ho sempre visto un verme che striscia sulla croce. E ho cercato tante volte di usare quest’immagine di qualcosa che si muove appena, che ondeggia sulla croce…
E cita Jung che attribuì all’immagine onirica del verme il significato simbolico del Sé:
Il riferimento al verme, collegandosi all’idea dell’autonomia psicosomatica di ciascuno degli infinitesimali frammenti di cui è composto l’essere, non soltanto è la rappresentazione di ciò che diventiamo dopo morti ma è il presupposto, il simbolo, di ciò di cui siamo essenzialmente costituiti.
L’Incoronazione di spine
Una corona di spine non è altro che una corona di rose dalla quale le rose sono cadute.
Gaston-Armand de Caillavet e Robert de Flers
Uno degli ultimi atti del processo a Gesù fu la sua incoronazione con una corona di spine, parodia della corona di rose dell’imperatore o del vincitore.
La soldataglia brutale ha denudato il suo corpo purissimo. Con uno straccio di porpora, vecchio e sudicio, ricoprono Gesù. Nella sua mano destra, per scettro, una canna.
(Vangelo, Mc 15, 18)
Tra le incoronazioni di spine che hanno segnato la storia della pittura ci sono quelle di Hieronymus Bosch e Caravaggio. In quest’ultima il corpo di Cristo, curvato in avanti come se già portasse la croce, esprime l’offerta totale di sè e si contrappone, con la sua vulnerabilità, ai muscolosi tormentatori. Le braccia legate formano una croce come a presagire la morte.
In Working class hero Cristo è raffigurato nel modo tradizionale, ma invece degli uomini la torturatrice questa volta è una piccola, non molto ingenua, Alice. In più Arruzzo mette nelle mani di Cristo un pennello da pittore al posto dello scettro finto dell’iconografia classica, quasi a volerci suggerire quanta passione richiede l’atto del dipingere.
San Tommaso
Chi più sa, più dubita
Pio II
L’episodio per cui San Tommaso è ricordato nei secoli come icona dello scetticismo è narrato solo nel Vangelo di Giovanni, nel capitolo 20. Gesù risorto appare agli Apostoli. Tommaso, che non era presente, non crede alla loro testimonianza e dice di voler toccare con mano le ferite, prima di credere al miracolo. Otto giorni dopo, Gesù ricompare ai suoi discepoli e dice a Tommaso di mettere la mano nella sua ferita. Allora Tommaso lo riconosce come il figlio di Dio Risorto.
La scena è molto frequente in ambito artistico, ma i grandi innovatori sono, nuovamente, Dürer e Caravaggio. Dürer in una famosa incisione ha inserito un particolare che va al di là del racconto evangelico: la mano di Gesù che guida quella di Tommaso verso la ferita. Caravaggio è il primo a fare della scena, di solito rappresentata in mezzo a molti altri eventi e particolari, il fulcro del dipinto. Tutte le figure sono distribuite in modo da formare un rombo al centro del quale ci sono le mani che compiono il gesto. Avvicina incredibilmente lo sguardo alla scena, la isola da tutto il resto, annullando lo scenario con un fondale nero, che mette in risalto i corpi illuminati e rendendo la scena inequivocabilmente contemporanea: gli uomini hanno vestiti del suo tempo e il dito penetra con un realismo quasi anatomico nel costato di Cristo.
In Thomas una mano, tratta da un illustratore poco noto di Alice nel paese delle meraviglie, proviene dall’alto. Con un gesto palesemente erotico, un dito entra nel modello anatomico di un corpo, diretto però verso il cuore, simbolica variante al racconto. Quest’opera esaspera l’azione caravaggesca: continua la zoomata iniziata dal maestro sulla scena, la isola con uno sfondo piatto, avvicina l’occhio dello spettatore al corpo di Cristo fino a entrarci dentro, soddisfacendo ogni curiosità anatomica e rendendo la scena di nuovo contemporanea.
Le Stigmate
Le stigmate sono le ferite inflitte a Gesù durante la crocifissione. In seguito sono stati “riscontrati” diversi casi di manifestazione di stigmate, come trasposizione sulla carne della sofferenza di Gesù, evento al limite tra religione, scienza e fenomeni para-scientifici. Il più noto è quello di San Francesco.
In Left hand e Right hand lo spazio è coperto dalle mani segnate dalle stigmate. I fori, triangolari e ampi, fanno intravedere lo sfondo azzurro. Nel suo archivio di file Arruzzo ha decine di mani di epoche diverse. Queste sono tratte da un manifesto propagandistico russo. Nella pittura cristiana la mano proveniente dal cielo è un’antica forma di rappresentazione di Dio. La Bibbia, per essere più compresa, spesso usa un linguaggio antropomorfico e usa termini come mano, braccio, dito di Dio. La mano è adoperata per indicare quando Egli crea, agisce, soccorre, ma anche giudica e punisce. Esistono diverse interpretazioni iconografiche della mano, come quella, originata da un passo di Zenone, del palmo aperto e disteso che simboleggia la retorica e la persuasione, o quella della main de justice, uno scettro con una mano in cima, insegna della regalità francese. La mano è molto frequente negli oggetti sacri di religioni asiatiche. Ma soprattutto è lo strumento attraverso cui qualsiasi opera d’arte viene creata, quindi è un soggetto altamente simbolico e auto-referenziale.
Mi cito spesso: ciò rende più interessante la conversazione.
G. B. Shaw
Gli Angeli
Intorno al IV secolo iniziarono a diffondersi immagini di angeli, prima considerati troppo legati al paganesimo e alle sue divinità alate: sono fanciulli asessuati vestiti di bianco con ali e aureola. Tra le mani tengono gigli, rami di palma, spade, trombe, incensieri o bandiere, a seconda del ruolo dell’angelo.
Arruzzo dipinge spesso angeli-custodi: con spade, fucili o un cuore tra le mani. Per la mostra, ne ha realizzati due tratti da un libro inglese per catechismo di fine Ottocento. Portano in mano i suoi simboli preferiti: entrambi hanno una candela, uno ha un dado, mentre l’altro ha un libro. Tutti elementi di auto-citazione. Il libro, infatti, è la fonte prima di tutto il suo lavoro.
...un paio di volte aveva dato delle sbirciatine nel libro che sua sorella stava leggendo, ma non c'erano né figure né dialoghi: “E, domando io, a che serve un libro senza figure nè dialoghi?” rifletteva Alice.
Lewis Carrol (Alice nel Paese delle Meraviglie)
L’Agnello mistico
L’agnello è uno dei simboli d’eccellenza di Dio, al quale è accomunato per la sua mansuetudine e per l’essere infine sacrificato. Una delle opere più famose dedicate al tema è quella dipinta nel 1432 da Jan van Eyck e suo fratello nel Polittico di Gand. Il tema è quello della redenzione e glorificazione del Signore. Al centro c’è l’Adorazione dell’Agnello mistico alla quale partecipa uno stuolo di profeti, angeli, santi e giudici. L’agnello ha un’aureola di raggi luminosi e dal suo petto sgorga il sangue raccolto in un calice. L’opera si trova nella Chiesa di San Giovanni, uno dei santi più importanti nei Vangeli. Giovanni Battista è stato il primo a riconoscere in Gesù il Messia annunciato dai profeti, quando pronunciò le parole:
Ecco l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo.
(Vangelo, Gv 1, 29)
A causa della sua predicazione Giovanni fu fatto decapitare da Salomè, figlia del re Erodiade. Per questo l’agnello è divenuto simbolo del precursore di Cristo. In Lamb's head dell’agnello incoronato si vede solo la testa sgozzata, richiamo alla decollazione di San Giovanni.
Il Sacro Cuore
Corazon Espinado è un cuore anatomico incoronato. La composizione ricorda quella del ex-voto più diffuso, un cuore infiammato e incoronato, talvolta infilzato da pugnali. La corona di Arruzzo però è quella di spine e la variante sembra evocare la sofferenza dell’organo considerato sede dei sentimenti.
La Cacciata dal paradiso
First Sinner è un omaggio alla cacciata del Paradiso di Masaccio, grande artista della sofferenza umana. Il riferimento è però filtrato da un’incisione settecentesca. Adamo si copre il viso con le mani in un gesto che indica la vergogna e il senso di colpa, che si espande in una psichedelica spirale di dolore.
Il Riposo dopo la creazione
Il riposo di Dio è un elemento misterioso della creazione narrata nella Genesi. A cosa serviva? Certo Dio non era stanco, dopo la Creazione. Il riposo, spiega la Bibbia, ci dice che la creazione era completa e che Dio si ferma per riguardare quel che ha creato, soddisfatto della sua opera. La santificazione dell’opera fa sì che l’uomo abbia un giorno in cui si può dedicare ad attività non faticose e alla riflessione. Arruzzo santifica il riposo con questo quadro, l’ultimo dipinto per questa personalissima Via Crucis.
Così furono compiuti il cielo e la terra e tutte le loro schiere. Allora Dio, nel settimo giorno compì l’opera che aveva fatta e cessò nel settimo giorno ogni suo lavoro. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso si riposò da tutta l’opera che aveva creata e fatta.
(Genesi, capitolo 2, versetti 1-3)
Norma Mangione
|