MAKING THINGS HAPPEN
Alberto Zanchetta
Non è mai consigliabile attardarsi sul contemporaneo, e neppure rifiutare di emendare giudizi troppo affrettati. Basta poco per essere divorati dalla storia (cronologica e cronachista); c’è infatti chi attende sempre che qualcosa succeda, e c’è chi ripone fiducia nelle aspettative decidendo di scendere in campo. Gli ultimi tentano di interrogarsi, discutere, approfondire il farsi stesso delle cose, affinché accadano veramente: “making things happen”.
Posto che tutto ha un inizio, ogni origine dovrebbe avere una sua logica premessa, un’ouverture che segni il termine dell’opus incertum per procedere nella tappa biologica della forma, verso l’autonomia e la maturità dell’opera d’arte. In tale disbrigo prende corpo questa mostra, esposizione corale che suggella ogni Atto con un pas a deux: incrocio (quasi un chiasma) tra coppie di artisti. Congiuntura che vuole essere relazione e rivelazione, per coincidenza o per analogismo.
Si danno così appuntamento i lavori di Giorgio Rubbio e Elena Rapa, autori di sensibili meraviglie e velati rac-capricci che agitano la dormitio virginis. Tendente all’albedo il primo, cede invece alla nigredo la seconda. Giorgio Rubbio lavora sui contorni e sui dintorni, con dovizia di particolari. Nel bianco orfico della carta l’artista disegna figure che sono sagome, miti “apparizioni” il cui incarnato è reso più concreto dai capi d’abbigliamento che aderiscono alla pelle, in filigrana. Tratto e significato si intrecciano nell’ornato, creando immagini à réaction poétique che ispirano una profonda tenerezza (da qui il “tenere” presso di sé gli animali e gli oggetti) e una istintiva gelosia (poiché il potere delle cesoie è diretto come la vita). Piccoli gesti che rimangono sospesi, visti eppur taciuti affinché non ne sia infranto l’idillio.
Elena Rapa racconta per immagini le storie di personaggi macrocefali che sembrano riesumati dall’inconscio fabulistico. Ora trasognante, ora perturbante, ogni scena è convulsa, concitazione che fa corrugare la carta sotto l’effetto dell’acquerello o perché intrisa fin nel profondo dalle chine nere. Un fremito della notte, mosso e scosso anche dalla pittura, in cui l’antropomorfismo si rimesta negli animali, nelle cose e nella natura. Le opere di Rapa oscillano tra la felicità e la mestizia, emozioni sovente camuffate da un segno fanciullesco che indulge sulle forme morbide, ma non per questo meno cruente, ove i fluidi e gli umori stillano in continuazione dai corpi per amalgamarsi con l’intorno, in un abbraccio metaforico che fa loro dimenticare d’essere orfani e soli.
Al mondo onirico sembra volersi ascrivere persino Daniela Cavallo. Interprete della luce e delle ombre, l’artista inonda le sue fotografie di colori innaturali, elettrici, acidi; e mentre i lifting correttivi resi possibili dal digitale si riconnettono al pittorialismo dell’800 ecco che i soggetti vengono investiti dal senso del Sublime diffuso nel ‘700. Panismo in cui le figure si abbandonano alla magnificenza dell’ambiente, ad un’insondabile stupore/sgomento che soggioga l’anima: istanti situazionali che rapiscono lo spettatore, in estasi. In tale elevazione dello spirito si compie l’incontro con il sacro, in quanto non esiste un sacro in sé, ma è chiamato, convocato. «L’attimo isolato – afferma l’artista – vorrebbe essere un attimo d’infinito», giacché, come scrive Nicolò Cusano, «tolto l’infinito, nulla rimane».
Fermo restando sulla condizione di marginalità della presenza umana, la percezione dell’orizzonte si continua nella percezione dello spazio, gli scorci senza confini di Cavallo si risolvono quindi in ambienti chiusi nel caso di Elena Ascari. Ad accomunare entrambe le artiste è l’insistenza tecnica sulle nitidezze e sui fuori fuoco, antinomia che compatta l’opera lasciandole pur sempre un alone di mistero. Nei dipinti di Ascari le persone tendono a dis-perdersi, a svanire nel contesto, secondo un “gioco di specchi” (indole che è della pittura stessa) che finisce per confonderli con il luogo. Gli scenari dei centri commerciali, con le loro superfici riflettenti, smaterializzano il corpo degli avventori, creano cioè una rifrazione che compromette il senso dell’orientamento. In questo venir meno dell’hic et nunc prende allora il sopravvento la possibilità di essere simultaneamente in più luoghi, dissipando l’identità nell’apparenza, il reale nel fittizio.
Ammesso e concesso che l’ouverture volga qui al termine, il crocicchio d’opere di Ascari, Cavallo, Rapa e Rubbio lascia comunque “aperta” la capacità di intuirne gli esiti. L’importante è non essersi attardarti, né aver espresso giudizi avventati; come insegna Radiguet, «L’ultimo nato è sempre il più bello, dopo si giudica». Prima bisogna far accadere le opere. |