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Fabio Bonetti
Da dove sto chiamando
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da dove sto chiamandoNorma Mangione

Io sono qui per far provare al pubblico scosse mentali positive e salutari. La società è diventata talmente protettiva da rendere difficile vivere di prima mano l’esperienza del brivido. Perciò, per evitare di diventare inattivi e simili a molluschi, dobbiamo vivere questa esperienza in modo artificiale e, a questo scopo, lo schermo è il mezzo migliore.

Alfred Hitchcock

Da dove sto chiamando è l'antologia in cui lo scrittore americano Raymond Carver, poco prima di morire nel 1988, raccolse i suoi trentasette migliori racconti, tra cui quello omonimo, nella versione originale prima dei tagli degli editor.

Il riferimento al padre del minimalismo è emblematico. La sua prosa votata all’essenzialità espressiva, il suo focalizzarsi su frammenti di quotidianità, alle incidenze e coincidenze di vite minime e interni domestici, le sue azioni che non svelano mai il mistero che evocano lo hanno reso indimenticabile e imitatissimo. Ogni racconto di Carver, parla di qualcosa ma allude a ciò che non è detto, si svolge in un luogo ma allude all’esterno. I suoi personaggi sono tutti comparse.

C'è qualcosa di più importante della logica: è l'immaginazione.

Alfred Hitchcock

Anche Fabio Bonetti “inscena” semplici azioni quotidiane, ne isola un frammento attraverso la fotografia, non dice il perchè-come-quando della scena, nè come andrà a finire. Nei suoi disegni, dipinti e nei lavori fotografici non c’è nulla di palesemente spaventoso: nè sangue, nè armi, nessun dettaglio che rimandi direttamente alla violenza o alla morte. Eppure, sempre, aleggia un alone di mistero. Come Carver, Bonetti lavora sulla sintesi, sulla semplificazione grafica e lineare della composizione.

Parlando delle sue “sequenze”, come le chiama lui, il giovane artista modenese fa molti riferimenti al cinema, in particolare a Orson Welles e Alfred Hitchcock. Due grandi maestri le cui tracce si possono scorgere nelle particolari angolazioni, prospettive e ambientazioni delle sue opere.

Da qualche tempo la gente mi chiama “il re della suspense”. Se sono stato influenzato da Edgar Allan Poe? A essere onesto, non posso affermarlo con certezza. Naturalmente, a livello subconscio, siamo sempre influenzati dai libri che leggiamo. Romanzi, dipinti, musica e, in generale, tutte le opere d’arte concorrono a formare la nostra cultura della quale non possiamo liberarci, nemmeno se lo volessimo.

Alfred Hitchcock

È naturale, tutti viviamo con il nostro passato, ma io provo a non incoraggiarlo a comportarsi male.

Orson Welles

Nel suo primo e più noto film, Quarto Potere (Citizen Kane, 1941), Orson Welles utilizzò un nuovo tipo di pellicola e inventò la fotografia pan-focus, una tecnica che permette la messa a fuoco contemporanea di tutti i piani e gli oggetti dell’inquadratura e che consente di girare intere scene senza tagli di montaggio. Il film è una summa dei trucchi cinematografici di Welles. Il volto di Kane non è mai visto da vicino. La fotografia è sfruttata in senso psicologico: le ardite prospettive da cui vengono ripresi i personaggi, le distorsioni ottiche, l’attenzione agli oggetti, i chiaroscuri accentuati, hanno tutti un preciso significato metaforico.

Quasi tutte le storie serie del mondo sono storie di fallimenti con una morte in mezzo. Ma c’è più paradiso perduto in esse che sconfitta.

Orson Welles

D’altra parte, è nota l’attenzione che Hitchcock aveva per gli oggetti, per le angolazioni particolari, per il non detto e, soprattutto per la suspense e il mistero. In particolare, guardando i lavori fotografici, non a caso tutti con sfondo giallo, che Bonetti ha realizzato per la mostra, in cui si scorge una figura che scende (o sale?) una scala a chiocciola, che assume la forma di una spirale o di una conchiglia, mi viene in mente La donna che visse due volte (Vertigo, 1958), in cui la scena clou, dove il personaggio interpretato da Kim Novak apparentemente si suicida, si svolge nella scala del campanile e in cui compare, per la prima volta in un film di Hitchcock, una scena animata in cui la testa di James Stewart precipita in una spirale senza fine. O, ancora, mi viene in mente Prigionieri dell’oceano (Lifeboat, 1944) come riferimento non visivo, ma concettuale: una vera propria sfida per il regista, un film che si svolge tutto in una scialuppa, con protagonisti intrappolati.

Quando comincio un nuovo film, cerco di fare a meno della carta. Visualizzo la storia nella mia mente come una serie di macchie che si muovono su sfondi differenti.

Alfred Hitchcock

Il senso di intrappolamento accomuna la ricerca di Bonetti con quella del grandissimo maestro del brivido. Nei suoi disegni, rigorosamente in bianco e nero (ma con infinite sfumature di grigio), i corpi sono fagotti intrappolati, quasi schiacciati da tavoli e sedie. Macchie appena accennate, “su sfondi differenti”.

I migliori attori sono quelli che sanno essere efficenti anche quando non fanno nulla.

Alfred Hitchcock

I suoi lavori sono composizioni al limite con l’astrazione in cui il vero soggetto sono i contrasti tra le forme vive, curve e morbide delle figure umane, con quelle geometriche, lineari e spigolose dei mobili, degli oggetti senza vita.

In realtà, nelle storie che hanno un’implicazione sinistra, è importante creare un contrappunto, un grande contrasto tra la situazione e l’antefatto.

Alfred Hitchcock

Eppure, rimane un sapore inquetante, quasi morboso, che sembra la cifra stilistica di Bonetti, la sua ossessione. E un artista non è tale, senza un’ossessione.

Forse non esiste poesia senza la paura?

In Italia, per trent’anni sotto i Borgia, ci furono guerra, terrore, assassini e spargimenti di sangue, ma questi produssero Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera avevano amore fraterno, cinquecento anni di democrazia e pace, e che cosa produssero? L’orologio a cucù.

Orson Welles

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