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Che voli prendere
Daniela Cavallo
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che voli prendere Che voli prendere
di Roberto Muti

“A tutti gli uomini può toccare la sorte di riconoscere se stessi e di sentire l’immediatezza”
Eraclito di Efeso

Fin dai suoi esordi la fotografia si è presentata con una duplice valenza perché era una nuova forma espressiva ma anche una straordinaria invenzione dovuta all’ingegno e all’inventiva non di uno ma di molti anche se fu Louis-Jacques-Mandé Daguerre ad averne all’inizio i più consistenti riconoscimenti compreso quello di dare il suo nome al primo procedimento presentato, il dagherrotipo appunto. Fu proprio questo secondo aspetto a colpire maggiormente la fantasia di tutti: il procedimento per ottenere una fotografia era lungo, complesso e perfino rischioso anche se i fotografi tardarono a capire la pericolosità dei vapori di mercurio che maneggiavano. ma, forse per il grande entusiasmo, molti testimoni dell’epoca lo definivano relativamente facile. Sta di fatto che si potevano ottenere panorami e ritratti di straordinaria precisione di dettagli in un tempo ragionevolmente rapido, comunque da contare nell’ordine dei minuti. A noi sembrano molti ma solo perché siamo abituati male: nella seconda metà dell’Ottocento non ci si telefonava attraverso gli oceani, si viaggiava a piedi o in carrozza a seconda delle classi sociali, non si viveva in modo frenetico e di conseguenza si pensava che un’opera, per essere realizzata, aveva comunque necessità di un tempo adeguato. Assieme ad altre fondamentali scoperte è stata però la stessa fotografia a contribuire alla costruzione di una società che ha fatto della rapidità e della continua innovazione una sua caratteristica.

Sarebbe interessante realizzare una storia della fotografia passando attraverso le invenzioni che hanno contributo a costruirne il complesso percorso. L’evoluzione della fotocamera dall’ingombrante soffietto da studio alla maneggevole Leica dotata di una pellicola di derivazione cinematografica, l’introduzione del colore, la produzione delle polaroid a sviluppo istantaneo, la diffusione di meccanismi sempre più sofisticati per semplificare il lavoro dei fotografi sono tappe di un processo che ha vissuto molti scontri. Quello fra gli “apocalittici”, tradizionalisti che vedono in ogni progresso il segno di un decadimento dei tempi, e gli “integrati”, innovatori pronti a sposare sempre e comunque la causa del nuovo, quello fra persone legate alla sicurezza dei risultati raggiunti ed altre che tentano sempre di superarli alla ricerca di nuovi confini. Comunque la si voglia vedere, la più recente innovazione – quella legata alla fotografia digitale – si è presentata come una vera e propria profonda rivoluzione di cui non tutti sembrano aver tenuto conto perché i suoi esiti non sono solo tecnologici ma soprattutto estetici.
Non è un caso, infatti, se la fotografia digitale ha rapidamente conquistato i favori del grande pubblico affermandosi come mezzo di immediata comunicazione facilitata dai costi contenuti e da quella semplicità d’uso che è solo apparente perché implica ben altra complessità. Tutto ciò ha fatto forse passare in un secondo piano l’aspetto più interessante della questione, quello della sua dimensione creativa. Da questo punto di vista la cosiddetta “rivoluzione digitale” ha rappresentato una autentica svolta perché ha richiesto agli autori di non limitasi ad utilizzare una nuova tecnologia – come i tanti fotografi occasionali che hanno di fatto solo sostituito le pellicole con le schede – ma di indagare in un nuovo ambito espressivo le cui potenzialità sono ancora tutte da scoprire.

I fotografi più attenti hanno cominciato a muoversi in questa direzione e oggi si può dire che si sta affermando una nuova generazione di autori dotati di una forte consapevolezza molto evidente nelle loro opere. Daniela Cavallo appartiene di diritto a questo gruppo di fotografi emergenti e si segnala per la freschezza della sua visione come anche per il rigore di un’indagine che sa essere profonda. La sua più recente ricerca “Che voli prendere” prosegue idealmente il percorso fin qui intrapreso in questi ultimi anni con lavori come “Ascension”, “Suspence”, “Speculazioni”, “Multiethnos” “Doppia terra” ma nello stesso tempo lo indirizza in una nuova dimensione onirica tutta giocata sui valori della poesia. Il rapporto fra la figura e lo spazio resta come elemento centrale nella poetica di Daniela Cavallo: la leggera indeterminatezza delle immagini permette di comprendere che la riconoscibilità non ha alcuna importanza perché questi sono luoghi interiori di fronte ai quali l’osservatore si sente inevitabilmente ammaliato. Il cielo, l’acqua, gli alberi sprigionano una vibrante vitalità che l’autrice coglie in sette immagini fra cui alcuni trittici dotati di un pregevole equilibrio ed è come se queste fotografie andassero alla ricerca di qualcosa di atavico cui non sappiamo rinunciare. L’occhio si perde alla ricerca di un indefinito che usa l’immagine fotografica per alludere a qualcosa di più profondo, per evocare atmosfere che ci appartengono anche se non sappiamo sempre spiegarne compiutamente la ragione. Due figure emergono dall’acqua e i veli in cui sono avvolte sembrano confondersi con le onde che le avvolgono sfiancando la loro forza sulla spiaggia dove approdano, un corpo femminile si adagia ai piedi di un grande albero con le braccia aperte come volesse accoglierne l’ombra, una figura lontana emerge fra le spighe di un campo illuminato dalla luce livida di un cielo dove il sole esplode improvviso.

Tutto è assolutamente reale, tutto frutto di una fantasia cui la tecnica digitale ha regalato strumenti preziosi grazie ai quali costruire paesaggi carichi di un fascino inquieto. Daniela Cavallo usa il digitale con una consapevolezza profonda, con una maturità estetica che va al di là del rapporto fra il vero e il verosimile, fra l’immediatezza di quanto si coglie nel paesaggio naturale e la complessità che si ritrova in quello volutamente elaborato. Una cosa appare chiara a chi sa osservare queste immagini con l’attenzione che meritano: sottolineare la sapienza compositiva e l’abilità tecnica con cui sono realizzate è davvero limitativo perché il messaggio che Daniela Cavallo ci sta inviando è assai più complesso e profondo. I suoi personaggi che emergono misteriosi da una natura in cui sono inseriti appartengono alla dimensione del mito e perciò ci inducono a ripercorrerne la storia e il ruolo nella nostra cultura. Secondo la tradizione degli antichi Greci il mito è il luogo logico dove si incontrano gli elementi della storia e quelli della poesia fusi  in una trama immaginifica e misteriosa che solo alcuni – coloro che sanno andare oltre l’apparenza delle cose – sanno sciogliere fino a comprenderne la natura più autentica. Così succede che una fonte d’acqua sia l’abitazione di una Ninfa, che il tronco contorto di un albero racconti di un uomo imprigionato per sempre in quel fusto, che il percorso di un labirinto nasconda un segreto inconfessabile, che un tralcio di vite sia il dono imprevisto e affascinante di un dio dalle sfrenate passioni.

Tutto questo compare nelle immagini di Daniela Cavallo non per una sua scelta dichiarata e consapevole ma perché fa parte di una visione che appartiene al nostro immaginario e di cui non possiamo fare a meno. La suddivisione dei piani che lascia al cielo un grande spazio così da conferire alle immagini un ampio respiro, la presenza umana che sa essere sempre discreta, la leggerezza di una visione che galleggia fra realtà e sogno caratterizzano questa nuova ricerca di Daniela Cavallo. Come sempre nelle sue immagini esiste una via di fuga: l’orizzonte che non divide nettamente la terra dal cielo ma li salda in un’unica dimensione, la chioma più alta di un albero pronto a piegarsi sotto il peso lieve di chi si vuole solo poggiare per un attimo, la luce che serve da metafora per abbandonare questo mondo. Tutto questo lo sanno individuare solo quanti hanno deciso che bisogna saper guardare sempre verso l’alto, scegliendo di viaggiare comunque, non importa verso dove, incerti solo su che voli prendere.

 
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